#ECONOMIA #GLI SPIFFERI #TOSCANA #ULTIME NOTIZIE

Monte dei Paschi e dintorni con un occhio al calendario

Pierluigi Piccini sul Monte dei Paschi e il risiko bancario scrive che vale la pena uscire dal linguaggio dei comunicati, perché è lì che la vicenda tocca chi non ha azioni in tasca. Una banca dei territori non è un logo e non è nemmeno soltanto un pacchetto di sportelli: è la rete di chi decide dove finisce il credito, di chi conosce l’artigiano, il distretto, la piccola impresa. Spezzarla significa spostare altrove quel potere. Il nome può restare — «marchio Monte dei Paschi», recita l’accordo con Unipol — ma la facoltà di dire sì a un prestito cambia proprietario e cambia sede. La distanza tra il nome che sopravvive e la sostanza che emigra è esattamente ciò che Rocca Salimbeni prova a difendere.

Da qui l’apertura al Banco. La proposta di Piazza Meda offre a Siena il vantaggio del mantenimento dell’integrità del perimetro: una fusione alla pari, senza smembramento, con marchio e rete preservati. Più lineare sul piano dell’identità industriale, e meno traumatica per la città. Non è però senza controindicazioni, e sarebbe disonesto tacerle. Il nodo si chiama Crédit Agricole: i francesi sono saliti al 29,3% del Banco, e questo colloca a monte di ogni fusione una presenza estera che a Palazzo Chigi qualcuno guarda con sospetto. La proposta di Castagna, per giunta, resta ancora da costruire nei dettagli operativi: un invito a ragionare, più che un progetto chiuso.

Conviene allora tenere insieme i fili, perché il calendario detta la partita più delle dichiarazioni. L’assemblea di Intesa è fissata al 10 settembre, data cardine; ma per evitare lo stallo della passivity rule, un’eventuale intesa tra Mps e Banco Bpm dovrebbe essere definita prima del 7 agosto, quando escono i conti semestrali di Siena. Poche settimane, dunque, per trasformare un’apertura in un progetto. Sullo sfondo pesano due presenze. Lo Stato, anzitutto: Giorgetti ha confermato che il Mef, titolare del 4,8% di Mps, intende completare l’uscita dal capitale al momento più opportuno per massimizzare l’incasso. Neutralità dichiarata che, come sa chi segue queste cose, non equivale mai a indifferenza — perché resta aperta la leva del golden power, e con essa la possibilità di prescrizioni e correttivi capaci di riscrivere le condizioni dell’una o dell’altra soluzione. E c’è l’incognita Generali, il grande convitato di pietra: il completamento dell’Opas rimarrebbe comunque subordinato alle valutazioni delle autorità competenti. Dall’altra parte Messina non arretra. La nostra è un’operazione trasparente, rivolta agli azionisti — ha detto a margine dell’assemblea Abi — la valutazione incorpora un buon premio, ma c’è un prezzo finale oltre il quale non si va. Nessuna asta al rialzo. La sua strategia, del resto, non punta a convincere il consiglio: punta a parlare direttamente ai soci, scavalcando Rocca Salimbeni.

La posta, sotto le cifre, è semplice. Il Monte dice a Intesa: paghi poco, e per giunta mi vuoi smontare. Dice al Banco: parliamone, perché tu almeno mi lasci intero. E rinvia tutto, guadagnando le settimane che gli servono per costruire l’alternativa o per costringere Ca’ de Sass a migliorare. Resta un rovesciamento che merita di essere annotato, perché racconta la parabola di questi anni meglio di ogni analisi. La banca che oggi si difende dallo smembramento è la stessa che, avendo assorbito Mediobanca, siede ora sul suo pacchetto in Generali ed era diventata a sua volta soggetto attivo del risiko. Preda fattasi predatrice, e di nuovo preda. Segno che in questa partita nessun ruolo è stabile, e che la domanda vera — quella che il prezzo non misura — non è quanto vale il Monte, ma dove finiranno a decidere quelli che, del Monte, portano ancora il nome.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti