Quando Fazio Fabbrini non voleva che l’arcivescovo nominasse un deputato della neonata Fondazione Monte dei Paschi
Stefano Bisi.
“L’impegno di una vita” è il titolo di un libro di Fazio Fabbrini, da molti ricordato come il sindaco di Siena che chiuse una parte del centro storico alle auto, ma “Fiaccola”, questo era il suo nome di battaglia nelle lotte partigiane, è stato molto altro. Parlamentare europeo e senatore per volere di Giorgio Amendola, uno dei grandi nomi del Pci ed esponente di punta della corrente migliorista, è stato deputato del Monte dei Paschi negli anni Sessanta fino ai primi Settanta del Novecento. Se n’è andato nel 2018 lasciando un libro in cui ripercorre la sua vita, le battaglie politiche iniziate sull’Amiata, proseguite a Siena, poi nel parlamento italiano ed europeo e infine a Rocca Salimbeni.
Nel libro ricorda la disputa che ci fu in città quando il Monte dei Paschi, il 14 agosto del 1995, da istituto di credito di diritto pubblico si trasformò in società per azioni e doveva essere deciso a chi spettava il potere di nomina nella nascente Fondazione.
Fabbrini, che non aveva più incarichi politici, si pose una domanda: “Al centro della discussione fu l’Arcidiocesi. Era giusto o no riconoscerle il diritto di nomina di un deputato di sua fiducia per il fatto, come sosteneva l’arcivescovo, che la Chiesa rappresentava i credenti che costituiscono la maggioranza della popolazione?”. Fabbrini ricorda: “Stupito da questa incredibile motivazione intervenni nella polemica con un articolo ispirato al fondamentale principio liberale ‘libera Chiesa in libero Stato’ e sostenni che compito della diocesi era quello di curare le anime e lo spirito dell’uomo senza invadere il terreno che è di competenza dello Stato in tutte le sue articolazioni, a cominciare da quelle periferiche dei comuni e delle provincie”.
Dopo aver affermato che “il potere temporale è finito da un pezzo, anche se negli ultimi tempi ci è capitato di leggere espressioni di forte nostalgia, ed è giusto che non risorga per il bene della Chiesa e di tutti” l’articolo di Fabbrini si concludeva con un chiaro invito a lasciare “a Cesare quel che è di Cesare”. Nel libro ricorda che la sua “posizione suscitò molto interesse e ampio consenso”, ma alla fine l’Arcidiocesi nominò, e succede ancora, un deputato nella Fondazione Monte dei Paschi. L’ammonimento di Fabbrini che diceva che “non è giusto confondere il sacro con il profano e che non è bene assecondare la voglia di temporalismo che fa sempre più spesso capolino in ambienti ecclesiastici” è rimasto lettera morta.





