Il fattore Zini e l’ombra della lealtà politica sui segreti dello Shin Bet
Ariel Piccini Warschauer.
Nel mondo dell’intelligence, dove il potere si misura in capacità di sorveglianza e intercettazione preventiva, la parola più pericolosa è “lealtà”. Non quella verso lo Stato o la Costituzione – concetti che muovono le grandi democrazie – ma quella, molto più scivolosa, declinata nei confronti dell’esecutivo di turno.
Le registrazioni trapelate che investono David Zini, capo dello Shin Bet, non sono solo un incidente di percorso o un imbarazzo da gestire per le pubbliche relazioni. Sono la spia di una mutazione genetica in corso all’interno di una delle agenzie di controterrorismo più potenti e pervasive del pianeta.
I nastri pubblicati in questi giorni svelano un retroterra ideologico che la stampa israeliana, a partire da Haaretz, aveva già parzialmente intercettato l’anno scorso, alla vigilia della sua nomina. Dire a porte chiuse che la magistratura è “una dittatura che controlla l’intero Paese” o attaccare i legali definendoli “mostri che danneggiano la sicurezza nazionale” non è solo sfogo dal sen sfuggito. Diventa una precisa linea di pensiero quando a pronunciarla è l’uomo che siede al vertice della piramide dell’intelligence interna.
Il passaggio chiave dell’audio, tuttavia, è un altro: l’ammissione di Zini di aver accettato l’incarico per la sua capacità di essere “leale alla leadership politica eletta”.
È qui che si consuma la frattura dottrinale con la vecchia guardia. Tradizionalmente, i capi dello Shin Bet e del Mossad si sono configurati come argini tecnici, talvolta persino ruvidi, rispetto ai desiderata della politica. Hanno gestito dossier esplosivi – dai prigionieri palestinesi alle operazioni speciali – mantenendo una formale e rigorosa dipendenza dallo Stato di diritto, spesso scontrandosi con i ministri in carica. Zini sembra invece, invertire questa rotta: la fedeltà al decisore politico viene prima della terzietà dell’istituzione.
La preoccupazione degli analisti israeliani non è accademica. Lo Shin Bet non è un’agenzia governativa comune. Dispone di poteri d’indagine enormi, tecnologie di sorveglianza di massa (spesso testate sul campo e poi esportate in altri Paesi, Europa compresa), capacità di detenzione amministrativa e strumenti normativi che derogano alle normali garanzie civili in nome della sicurezza dello Stato.
Se un apparato del genere smette di rispondere alla legge come entità suprema e inizia a muoversi in base alle sensibilità – o alle convenienze – della leadership politica, il confine tra sicurezza nazionale e protezione del potere politico si fa sottilissimo. È il classico “dilemma della vigilanza”: chi controlla i controllori se questi ultimi si dichiarano fedeli solo a chi li ha nominati?
Questo scontro non è isolato, ma si inserisce nella più ampia e profonda faglia che da anni attraversa Israele, un conflitto mai sopito tra l’apparato militare-intelligence (spesso percepito dalla destra come un nucleo “liberal” o conservatore dello status quo) e la politica che spinge per una normalizzazione ideologica delle forze di sicurezza.
Zini, descritto in passato come un ufficiale determinato ed energico sul campo, si trova ora al centro di un cortocircuito. In un Paese strutturalmente esposto a minacce asimmetriche e tensioni interne, la solidità delle agenzie di sicurezza si è sempre basata sulla loro impermeabilità ai venti della politica. Se quel muro crolla, a essere vulnerabile non è più solo l’intelligence, ma la tenuta democratica del sistema. La sensazione è che la diffusione di questi file sia solo l’inizio di una lunga e logorante guerra di logoramento dentro gli apparati dello Stato.





