Il movimento senza direzione non è politica ma agitazione, parola di Paolo Benini
Caro Direttore,
ho letto con interesse il tuo articolo sulle nuove geografie del Consiglio comunale di Siena. Non voglio entrare nel merito di questa amministrazione, né fare l’ennesima analisi della politica senese. Mi interessa invece prendere spunto da ciò che racconti per una considerazione più generale, che riguarda la politica, certo, ma anche molte altre organizzazioni in cui le posizioni, le appartenenze e i rapporti finiscono spesso per contare più delle idee, dei risultati e delle competenze. Quando vediamo qualcosa che ci appare incoerente, disordinato, quasi impossibile, forse il problema non è che quella cosa non dovrebbe esistere. Il problema è che la stiamo guardando con un modello vecchio. Se una cosa accade, significa che dentro il sistema che la produce esiste una logica, anche quando quella logica non ci piace, non ci convince o non corrisponde più agli schemi con cui eravamo abituati a interpretare la politica. Se confrontiamo ciò che accade oggi con un modello precedente, più ordinato, più partitico, forse più efficiente o forse no, tutto ci appare scomposto. Gruppi che nascono, gruppi che si rompono, consiglieri che cambiano collocazione, assessori senza riferimenti stabili, appartenenze che sembrano durare il tempo necessario per arrivare da qualche parte. Ma se analizziamo la politica di oggi con le categorie della politica di oggi, allora il quadro diventa meno assurdo. Non necessariamente migliore, ma più comprensibile. Il collante politico di molte maggioranze contemporanee non è più l’ideologia, non è più il partito, non è più nemmeno una visione amministrativa riconoscibile. Il collante è spesso l’autoreferenzialità dei soggetti che partecipano. I partiti sono diventati, sempre più spesso, veicoli di transito. Servono per portare una persona da un punto a un altro. In origine può esserci anche un vago riferimento ideale, una collocazione culturale, una simpatia politica. Ma molto rapidamente il soggetto diventa centro di sé stesso. Il partito diventa un mezzo, non un’appartenenza. La posizione diventa un obiettivo, non una funzione. Questa dinamica non riguarda solo la politica. La si ritrova anche in molte organizzazioni statali, parastatali, associative, istituzionali, in tutti quei sistemi dove il rapporto tra ruolo, appartenenza e posizione tende a irrigidirsi. Sono contesti nei quali, spesso, non vince chi produce di più o meglio, ma chi resiste meglio dentro il sistema. Chi sa stare nella relazione giusta, nel momento giusto, con il grado giusto di fedeltà apparente. E così le strutture si ingessano, perché la conservazione della posizione diventa più importante della trasformazione della realtà. Nella politica, però, tutto questo pesa di più. Pesa di più perché la politica amministra la vita delle persone. Decide scuole, strade, impianti, servizi, sicurezza, risorse, priorità. Una dinamica autoreferenziale dentro un’organizzazione privata può produrre inefficienza. Dentro la politica produce amministrazione debole, scelte povere, città meno vive, opportunità perdute. E quindi il tema non è moralistico. È funzionale. Non interessa stabilire se qualcuno abbia ambizione personale: ce l’hanno quasi tutti. Interessa capire se quell’ambizione, una volta arrivata al potere, produce qualcosa che vada oltre sé stessa. Perché il punto vero dell’autoreferenzialità è questo. Non va negata. Sarebbe ipocrita. Va guardata per quello che è. Anche io, nel mio percorso politico e amministrativo, ho avuto una quota evidente di autoreferenzialità. Non ho mai pensato di essere mosso da una purezza astratta. Mi interessava esercitare un ruolo, vedere se ero capace di trasformare un’idea in atti, risorse, cantieri, opere, risultati. Mi interessava verificare se una mia visione della città potesse diventare realtà amministrativa. In questo senso ero certamente al centro del mio stesso percorso. La differenza, però, è che quella autoreferenzialità non rimase ferma sulla posizione. Si tradusse in lavoro. E il lavoro si tradusse in opere pubbliche. Da assessore, in quattro anni, tra scuole, impiantistica sportiva e interventi collegati, furono messi a terra circa dieci-dodici milioni di euro. Non parlo di intenzioni, né di progetti destinati a restare nei cassetti per vent’anni. Parlo di soldi disponibili, procedure avviate, gare fatte, lavori affidati alle aziende, cantieri realizzati. Circa il novantacinque per cento di quegli interventi fu concluso entro la fine del mandato o nei mesi immediatamente successivi. Questo è il punto che mi interessa. Non l’elenco delle opere. Non la rivendicazione personale. Il punto è il meccanismo. Io stavo esercitando un ruolo pubblico, ma la motivazione profonda era anche personale: mi gratificava dare corso a una mia visione. Mi divertiva, nel senso serio del termine, provare a realizzare qualcosa. La sera non mi chiedevo quanti voti avrebbe prodotto quella scelta, quante relazioni avrebbe consolidato, quale posizione successiva mi avrebbe garantito. Mi chiedevo se quel giorno avessi lavorato per realizzare qualcosa. Il riconoscimento, se c’era, era prima di tutto lì: nella sensazione interna di avere usato il ruolo per produrre realtà. La ricaduta pubblica nasceva da questo. Non da una retorica altruistica. Non da una dichiarazione di servizio buona per i manifesti. Nasceva dal fatto che la mia gratificazione personale passava attraverso l’esercizio concreto della funzione. Mi interessava costruire, attivare procedure, sbloccare risorse, portare avanti cantieri, mettere in rete scuole, sport, giovani, città, sicurezza, efficienza energetica, spazi pubblici. Il mio “giocattolo”, se vogliamo usare una parola brutale, era la realizzazione. E proprio per questo quel gioco produceva un impatto pubblico. L’autoreferenzialità, quindi, può anche avere una funzione positiva se il soggetto che occupa una posizione trova la propria gratificazione nel fare. Può esserci ambizione personale, può esserci desiderio di ruolo, può esserci anche narcisismo operativo. Ma se il centro di quella gratificazione è realizzare qualcosa che resta, allora il ruolo pubblico non viene consumato soltanto come privilegio. Viene usato come strumento. Il problema vero nasce quando l’autoreferenzialità resta pura occupazione dello spazio. Quando il fine è essere lì, al posto di un altro, dentro un gruppo, fuori da un gruppo, sopra un equilibrio, sotto un altro equilibrio, senza una reale idea successiva da mettere in campo. Quando l’obiettivo diventa entrare in un consiglio di amministrazione, salire di un gradino, occupare una posizione di vantaggio, consolidare una relazione utile, ma senza un progetto realizzativo accanto. In quel caso la politica diventa potere per il potere. Non progetto. Non amministrazione. Non trasformazione. Solo posizionamento. Lo si vede anche da un altro dato, spesso rimosso: i programmi. Tutti presentano programmi, visioni, priorità, grandi linee di intervento. Poi, nella realtà, quei programmi trovano attuazione solo in minima parte. A volte quasi per niente. Questo accade perché spesso il programma non è il vero centro dell’azione politica. È uno strumento di accesso. Serve per arrivare al ruolo, non necessariamente per guidare l’esercizio del ruolo. Una volta entrati, prevalgono equilibri, mediazioni, carriere, fedeltà, posizionamenti, piccoli vantaggi, piccole paure. Anche io, nel mio piccolo, ho avuto una traiettoria politica tutt’altro che lineare. Vengo da una visione ampia, che collocherei in un’area di destra culturale più che di destra partitica: una certa idea dell’ordine, della responsabilità, della selezione, della competenza, del rapporto tra individuo e comunità. Dopo molti anni di assenza dalla politica attiva fui sollecitato a candidarmi nella Lega a Siena. La mia prima risposta fu no, più volte. Posso documentarlo. Alla fine, anche per l’insistenza di una persona a me molto vicina, accettai all’ultimo momento. E, con mia sorpresa, fui eletto in Consiglio comunale nell’amministrazione De Mossi, grazie a preferenze che non nascevano da un radicamento politico, ma da rapporti interpersonali. Una volta arrivato in Consiglio comunale, però, entrai rapidamente in rottura con il partito di partenza. Non per una questione personale, ma perché mi scontrai con logiche che non mi appartenevano. E soprattutto perché, dentro certi contenitori partitici, il livello complessivo del dibattito appariva spesso troppo basso rispetto alla complessità dei problemi da affrontare. Uscii, passai al gruppo misto, poi costruii un percorso diverso, anche con altre persone presenti nella politica locale. Successivamente transitai in Fratelli d’Italia, da cui uscii per ragioni altrettanto chiare: l’incompatibilità con certi criteri di scelta e distribuzione delle persone nei ruoli. Il punto, per me, è sempre stato questo: i posti non dovrebbero essere occupati da persone fedeli, ma da persone capaci. La persona capace non è fedele o infedele. È concentrata sulle cose. La persona fedele, invece, spesso prescinde dalle cose e si concentra sui rapporti, sugli equilibri, sulle appartenenze, sulle convenienze del momento.
E proprio per questo il fedele di oggi può diventare l’infedele di domani. Chi invece ha un’idea, giusta o sbagliata che sia, e la porta avanti con coerenza, è fedele a quella idea. E questa, nella politica amministrativa, dovrebbe essere una garanzia, non un problema. A Siena questo meccanismo ha una forza particolare, perché il consenso raramente nasce solo dal lavoro svolto. Alla fine di un mandato ti accorgi che una parte enorme del riconoscimento pubblico, forse la parte prevalente, non dipende da ciò che hai fatto, ma da rendite di posizione: la contrada, le conoscenze personali, le relazioni storiche, i circuiti sociali, le appartenenze, le simpatie, le abitudini. Tutte cose legittime, per carità. Ma che rendono secondario il merito amministrativo. Puoi avere lavorato molto o pochissimo; spesso il giudizio politico-elettorale seguirà altre strade. Per questo, a posteriori, se dovessi valutare il ruolo solo in funzione del consenso prodotto, dovrei concludere che fare l’assessore o il consigliere comunale ha un valore relativo. Il miglior assessore, da questo punto di vista, potrebbe perfino essere quello che resta cinque anni fermo, non disturba nessuno, non apre conflitti, non produce frizioni, non cambia equilibri. Se poi decidesse di ripresentarsi, il suo consenso sarebbe probabilmente influenzato molto più dalle reti personali che dalle cose realizzate.
Naturalmente questa è una constatazione amara, non un invito all’immobilismo. Perché se uno entra nelle istituzioni soltanto per conservare sé stesso, allora il sistema diventa sterile. Se invece entra anche per divertirsi, per costruire, per lasciare qualcosa, per usare il ruolo come strumento e non come medaglia, allora il discorso cambia. In quel caso il valore non sta nel ritorno personale, ma nell’impatto prodotto. Per questo non mi sorprende più vedere maggioranze apparentemente incoerenti, gruppi che cambiano nome, consiglieri che transitano, assessori sostenuti da equilibri fragili, appartenenze che si compongono e si scompongono. Tutto questo non è inspiegabile. È perfettamente spiegabile, se si accetta che il modello sia cambiato. Quello che un tempo sarebbe sembrato una contraddizione oggi è spesso la forma ordinaria del sistema. La domanda, allora, non è più se una maggioranza sia politicamente coerente secondo i vecchi criteri. La domanda è molto più concreta: chi occupa quei posti ha qualcosa da fare, oltre che un posto da occupare? Ha un’idea della città, oltre che un’idea di sé? Ha una competenza da mettere in campo, oltre che una relazione da spendere? Ha una direzione, oppure soltanto una collocazione? Perché alla fine la politica amministrativa dovrebbe misurarsi su questo. Non sulle sigle, non sui passaggi, non sulle micro-geografie consiliari. Quelle sono la superficie. La questione reale è se dietro quella superficie esista ancora una capacità di produrre decisioni, opere, servizi, visione. Se c’è, anche un percorso imperfetto può avere un senso. Se non c’è, resta solo il movimento. E il movimento, senza direzione, non è politica. È agitazione.





