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Una giustizia giusta deve saper assolvere e deve ricordarsi che il carcere è la soluzione estrema

Non si placa la polemica sulla condanna di Mauro Moretti. Su InPiù, Luciano Panzani commenta. Si è concluso dopo 7 sentenze, tutte di condanna, il processo per la strage di Viareggio, che costò la vita a 32 persone, e che ha visto l’ingresso in carcere, tra gli altri, di Mauro Moretti, ritenuto responsabile di omicidio colposo e altro come Ad di Rfi, la società di gestione dell’infrastruttura ferroviaria nazionale.  Per una parte dell’opinione pubblica (gli articoli de IlSole24Ore, la presa di posizione di Assonime e di diversi esponenti politici), la condanna è assurda perché Moretti non si era occupato del carro merci il cui deragliamento provocò l’esplosione della cisterna di gas causa della strage. Per altri, il Cdr del Sole24Ore e il Manifesto, la condanna è giusta. Non abbiamo ancora l’ultima sentenza della Cassazione, ma quella del 2021 ha escluso che Moretti potesse andare assolto. Va ricordato che la causa del disastro fu il cedimento “a fatica” dell’assile del primo carrello del primo carro cisterna. La perizia accertò che la “cricca”, la lesione del ferro la cui propagazione aveva determinato la frattura dell’assile, era già presente, ma non fu scoperta, quando il pezzo di ricambio fu spedito dall’officina tedesca Jugenthal di Hannover all’officina italiana Cima Riparazioni di Bozzolo, che provvide alla sua installazione sul carro, tre mesi prima dell’incidente. Il logoramento degli assili è una preoccupazione ricorrente per i tecnici delle Ferrovie. Ricordo a questo proposito che mio padre, nei lontani anni Sessanta del secolo scorso, preferì dimettersi da direttore generale di una ferrovia privata piuttosto che avallare le scelte della proprietà, che intendeva continuare ad avvalersi di locomotori i cui assali presentavano cricche analoghe.
 
Moretti non si è ovviamente occupato di vagoni, assali e cricche. La sua responsabilità, come ritenuto dalla prima sentenza d’appello, deriva dal fatto che quale Ad di RFI fino al 25 settembre 2006 fosse stato autore di una politica aziendale che, per limitare gli impegni di spesa relativi al trasporto merci, aveva deciso di non investire nella realizzazione di una flotta di carri merci di proprietà e di utilizzare carri di proprietà di terzi e di non impegnare personale e risorse per sottoporli a controlli particolarmente attenti. Deliberatamente, quindi, secondo l’accusa, “il quadro normativo incentrato sulla interoperabilità e sui regimi internazionali RIV e CUU” era stato interpretato come un’autorizzazione ad omettere i controlli e a non pretendere dai fornitori di assicurare la medesima qualità manutentiva dei carri di Trenitalia. Tale inaccuratezza dipendeva da scelte gestionali generali di cui il Moretti era stato il primo proponente. Moretti era stato il riformatore della rete ferroviaria italiana, portandola per la prima volta in utile a prezzo di tagli e ristrutturazioni. I meriti sono stati considerati anche colpe. Moretti e’ dunque in carcere perché i giudici hanno ritenuto corretto applicare le attenuanti generiche, che gli spettavano per la sua condizione di incensurato, soltanto nella misura di 1/9anziché di 1/3, con il risultato di far lievitare la pena oltre i 4 anni. Si è voluto, pare evidente, che Moretti scontasse la pena in carcere. La responsabilità di Moretti non è mai stata negata dai giudici anche se diverse contestazioni  a lui rivolte sono cadute nel lungo iter del processo. La condanna sembra indicare un certo fumus persecutionis o comunque un atteggiamento dei giudici (di tutti i giudici che si sono occupati della vicenda, circa una trentina) molto rigoroso nella valutazione della responsabilità.  Occorre, ci pare, così come è avvenuto per la colpa medica, una revisione legislativa del regime della responsabilità nel caso di grandi gruppi di imprese ed occorre evitare di cadere nei rischi del giustizialismo. Chi sta al vertice non deve pagare perché “sia fatta giustizia”, perché i cittadini vedano rotolare le teste degli ex potenti. Non è vero che assolvere o irrogare una pena mite significhi uccidere una seconda volta le vittime. Una giustizia giusta deve saper assolvere e deve ricordarsi che il carcere è la soluzione estrema. Vedremo se il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che pare verrà proposto potrà porre rimedio. 

Una giustizia giusta deve saper assolvere e deve ricordarsi che il carcere è la soluzione estrema

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