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Un pizzaiolo voleva sgozzare i fedeli a Bergamo e nel mirino aveva la basilica della città

Ariel Piccini Warschauer.

Lavorava in una pizzeria in pieno centro a Bergamo, impastava acqua e farina tra i clienti ignari. Ma nella testa di un egiziano di 22 anni, c’era spazio solo per il delirio del terrore globale, la retorica del martirio e i video di decapitazioni di cristiani firmati dallo Stato Islamico. Quel tran-tran quotidiano lo annoiava, lui voleva il sangue. Voleva passare all’azione. Ieri, per il giovane jihadista della porta accanto, è arrivata la condanna in primo grado: quattro anni di reclusione per associazione con finalità di terrorismo, inflitti dal gup di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato. Una pena sensibilmente inferiore rispetto ai dieci anni che erano stati invocati dal pubblico ministero Claudia Passalacqua, ma che certifica la solidità del quadro accusatorio costruito dagli inquirenti.

La spia sul web e la rete dell’Isis-K

L’indagine, coordinata dalla Procura distrettuale antiterrorismo di Brescia e condotta sul campo dagli uomini della Digos di Brescia e Bergamo, era scattata monitorando le autostrade digitali dell’estremismo islamico. El Naijar non era un semplice “simpatizzante” solitario. Secondo gli investigatori, il ventiduenne era pienamente integrato nella rete virtuale dell’Islamic State Khorasan Province (Isis-K), la feroce branca afghana del Califfato, e della Jihad islamica palestinese responsabile di massacri ed eccidi contro civili innocenti. 

Sui canali di messaggistica criptata, il giovane egiziano condivideva una «progettualità comune» con altri soggetti radicalizzati: foto con armi in pugno, proclami apologetici e manuali di guerriglia. Tra i suoi piani c’era anche il grande salto: abbandonare l’Italia e raggiungere i teatri di guerra all’estero per unirsi ai combattenti del terrore. Ma in attesa di partire, l’obiettivo era diventato un altro. Più vicino. Più sanguinoso.

Il piano contro la Basilica

Il focus della sua ossessione era la Basilica di Sant’Alessandro in Colonna, il cuore della fede bergamasca, situata a pochi passi dal suo posto di lavoro. Le verifiche degli inquirenti hanno svelato una progressiva, rapidissima radicalizzazione che stava per trasformarsi in strage.

L’agghiacciante conferma della sua pericolosità sociale è cristallizzata nelle intercettazioni ambientali finite nell’ordinanza di custodia cautelare. In un dialogo con un interlocutore online, El Naijar descriveva la sua giornata con inquietante freddezza: «Giuro, la vita è noiosa. Sono sul posto di lavoro. La finestra è aperta, di fronte a me c’è la chiesa. Fuori ci sono delle persone vestite di nero. Se questo coltello che ho in mano entra nel corpo di un umano… Che faccio, esco o non esco?».

Un delirio interrotto solo dal blitz della Polizia, che ha evitato che quel “dubbio” si trasformasse in una strage sul sagrato della cattedrale. 

Ora la parola passerà alla difesa dell’imputato, che valuterà il ricorso in Appello per tentare di scardinare l’impianto accusatorio. Resta, però, l’allarme per una minaccia che si fa sempre più fluida, molecolare e vicina: quella di giovani immigrati  apparentemente integrati che, tra una pizza da sfornare e una chat criptata, pianificano la guerra santa contro l’Occidente a due passi da casa nostra.

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