Teheran getta la maschera, la via per la pace passa dalla punizione di Israele
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre le diplomazie occidentali si affannano a cercare spiragli di dialogo e a tessere la tela di un fragile cessate il fuoco, da Teheran arriva l’ennesima secchiata di acqua gelida. Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni e che cancella, in un colpo solo, l’illusione che con il regime degli Ayatollah si possa trattare secondo le regole della diplomazia tradizionale.
«La via per un accordo è punire il regime sionista». A metterlo nero su bianco, senza troppi giri di parole o filtri diplomatici, è Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la sicurezza nazionale e la politica estera. Affidando il pensiero a un post su X, Rezaei ha voluto lanciare un messaggio chiaro sia all’interno che all’esterno della Repubblica Islamica: «Non dobbiamo commettere errori di valutazione. Anche se desideriamo un accordo o un’intesa, la via per ottenerli è punire il regime sionista».
La logica di Teheran è tanto lineare quanto inquietante: la pace si ottiene solo attraverso la forza e l’annientamento dell’avversario. Per l’Iran, qualsiasi potenziale accordo o “intesa” internazionale non è il frutto di un compromesso o di un negoziato multilaterale, ma il subalterno risultato di una sanzione violenta contro lo Stato ebraico. «Anche se desideriamo un accordo, la via per ottenerlo è punire il regime sionista»
— Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione sicurezza nazionale iraniana
Questo posizionamento mette a nudo la reale postura strategica della leadership iraniana, che continua a utilizzare la retorica della minaccia esistenziale contro Israele come fulcro della propria politica estera. Non si tratta di una semplice dichiarazione d’intenti a uso e consumo della propaganda interna, ma di una vera e propria dottrina: il dialogo con l’Occidente e la stabilità regionale sono vincolati alla punizione di Gerusalemme.
Le parole di Rezaei suonano come un severo monito per quella parte di comunità internazionale che ancora si culla nell’illusione di poter moderare l’Iran attraverso concessioni o accordi sul nucleare slegati dalla realtà sul campo. La “via per l’accordo” di cui parla Teheran non passa dai tavoli negoziali di Ginevra o Vienna, ma dal sostegno ai proxy regionali — da Hamas a Hezbollah, fino agli Houthi — e dalla pressione militare costante contro l’unica democrazia del Medio Oriente.
Di fronte a un quadro così chiaro, la strategia del compromesso a tutti i costi mostra i propri limiti strutturali. Se l’unica precondizione per la stabilità posta dagli Ayatollah è la punizione e la destabilizzazione di Israele, appare evidente che lo spazio per una reale distensione è, allo stato attuale, ridotto a zero.





