Lucca discute sul nome da dare al nuovo ponte sul fiume Serchio
Roberto Pizzi.
In questi giorni si sta discettando sulla scelta del nome da attribuire al nuovo ponte da poco
inaugurato, che attraversa il fiume Serchio alla prima periferia di Lucca.
Un concorso fra gli studenti delle scuole medie superiori indetto dall’Amministrazione Provinciale
ha portato a selezionare tre nomi, fra i quali sceglierne uno da essere utilizzato per
quest’importante opera pubblica: “Airone”, “Arturo Paoli”, “Matilde di Canossa”.
Fra questi nomi però non compare – e ci sembra davvero incomprensibile – quello di Giuseppe
Ungaretti, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, di famiglia lucchese. A perorare il nome
del poeta si sta mobilitando, però, una cerchia di personaggi importanti della cultura il cui capofila
è il prof. Umberto Sereni, al quale si stanno aggregando anche noti politici, fra cui l’ex presidente
del Senato Marcello Pera. Il ruolo svolto da parte della Provincia di Lucca nella organizzazione di
questo strano “concorso” si sta prestando anche ad altre critiche, come quella di avere trascurato la
sorte del Museo del Risorgimento del quale ha annunciato la dismissione della gestione, dando così
l’impressione di non avere a cuore la conservazione storica del contributo che i lucchesi dettero alla
realizzazione dell’unità d’Italia.
Certo la figura di Ungaretti può risultare non politically correct, come si dice in questi tempi.
Ricordiamo la sua collocazione giovanile nella galassia anarchica della Repubblica di Apua (gruppo
di intellettuali ribelli apuo-versiliesi passato alla storia anche per la famosa rissa al Caffè
Margherita, il 20 settembre del 1914, della quale il nostro poeta fu uno di principali responsabili);
poi il suo interventismo nel I Conflitto mondiale che lo vedrà partecipe in prima linea, come
soldato semplice, alieno però dall’esaltazione della Guerra e mantenendo in cuor suo un sentimento
di pietà universale, come non fecero altri intellettuali, molti dei quali furono definiti
sarcasticamente “interventisti non intervenuti”, od “imboscati”. Ungaretti finirà, poi, per
collaborare alla politica culturale del regime fascista che si instaurò in Italia dal 1922 e parteciperà
al lavoro preparatorio della rivista Primato, voluta da Bottai, il gerarca del Fascismo più attrezzato
intellettualmente. Ma non fu il solo artista a farlo: pensiamo a quanti intellettuali, scrittori, poeti,
pittori, attori, politici parteciparono alla vicende del regime e si ricollocarono, poi, agevolmente
nella Repubblica (figlia del Risorgimento e della Resistenza) e che ritroveremo attivi sui vari
palcoscenici dell’ Italia democratica. È nota la scelta del governo De Gasperi di non calcare la
mano sull’epurazione e di accogliere nei gangli del nuovo stato funzionari che erano stati fascisti se
non per convinzione, per opportunismo. E molti potevano ringraziare i democristiani per essere stati
salvati dall’epurazione. Non per nulla il partito di De Gasperi divenne il principale beneficiario
elettorale della loro gratitudine. Ma anche l’estrema sinistra fu disposta ad accogliere gli ex fascisti.
In qualità di ministro della Giustizia, Togliatti avrebbe promosso una larga amnistia per vari ex
fascisti burocrati, intellettuali o sindacalisti. Eclatante fu il caso
del giurista Gaetano Azzariti (durante il regime era stato a capo del Tribunale della Razza istituito
per la persecuzione degli Ebrei), il cui passato fu “smacchiato” dall’allora guardasigilli, segretario
del Pci.
Ungaretti, finita la guerra fu comunque sottoposto ad alcuni procedimenti di “epurazione “,
venendo prosciolto per non avere avuto responsabilità particolari durante il regime. Mantenne
quindi la cattedra di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Roma, dove resterà fino
al ’58. Ed in questa sua fase esistenziale postbellica ci offrì nella raccolta Il Dolore (poesie scritte
tra il 1937 e il 1946) un lirica dal titolo Non gridate più, che rappresenta un commovente, sentito
appello alla riconciliazione dopo le lotte fratricide della guerra civile, nella quale si riscontra un
monito alla collaborazione di tutti i cittadini che riteniamo sia ancora di grande attualità in questo
Paese che a volta sembra tornato all’epoca dei guelfi e ghibellini.
La lirica composta nel 1945 fu scritta ispirandosi a un fatto di cronaca, ossia alla notizia
del bombardamento del cimitero monumentale del Verano a Roma del 19 luglio 1943. Essa davavoce tanto al tormento personale di Ungaretti (già in lutto per la morte del fratello e del figlio di 9
anni) quanto a quello collettivo. Ad accomunarli era la visione della sofferenza, che lega tutti gli
uomini e che può essere attenuata solo grazie alla solidarietà. La riproponiamo, poiché non sicuri
che tutti gli insegnanti di letteratura la contemplino nei loro corsi.
Non gridate più
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
La lirica è percorsa da un unico tema: le sofferenze che accomunano tutti e si rivolge a chi ha
vissuto le tragedie del lungo conflitto. A tutti coloro che sono riusciti a vederne la fine, Ungaretti
rivolge questa sorta di preghiera, invitando i vivi a riscoprire il valore della pietà (Cessate di
uccidere i morti) con un accorato invito perché si cessi di essere violenti e di gridare, nelle parole,
nelle azioni, come lo è stato in una guerra dove si è arrivati persino a profanare le tombe. Gli
uomini con le loro grida (sinonimi di barbarie) non faranno che soffocare la debole voce dei morti: i
vivi urlando, trasmettono odio, i morti tacendo sussurrano pace. Significativi sono ancora di più i
versi conclusivi del componimento: l’erba non cresce dove passa l’uomo, può invece verdeggiare
rigogliosa solo dove nessun piede la schiaccia. In questi sentimenti accorati forse si trova la
motivazione della migliore scelta possibile sul nome da dare ad un’ opera pubblica come il nuovo
ponte sul Serchio, fiume sempre caro a Ungaretti, al quale avevano attinto / duemil’anni forse / di
gente (sua) campagnola / e (suo) padre e (sua) madre.
Quest’opera (che sia giudicata architettonicamente bella o brutta ha poco interesse) riscopre
l’importanza simbolica di un percorso che può permettere agli uomini di incontrarsi, provenendo da
direzioni opposte.
Se poi, anche il nome di Giuseppe Ungaretti – che non possiamo spregiare e sul quale sia vecchi
che giovani si sia, abbiamo tutti il diritto finale di esprimerci – non piacesse per altre motivazioni,
ci auguriamo che la decisione sia bene argomentata. Non certo limitandosi alla ridicola retorica del
giovanilismo che piace anche a diversi uomini maturi che amano fare “i piacioni – gli amiconi” con
i ragazzi, per nascondere le loro incapacità educative.
Comunque, in un fase di incertezza finale per questa scelta, anche a costo di essere irrisi,
suggeriamo un nome di riserva: è un nome di una donna, “eroina invisibile” come altre, che
partecipò a quel Risorgimento nazionale, prodromo della festa del 2 giugno celebrata pochi giorni
fa; è un nome femminile che ci permette di continuare a ricordare il ruolo delle donne che
parteciparono con il loro primo voto politico alla vittoria della Repubblica nel Referendum del
1946. Anch’ella, per altro, amava il fiume Serchio che scrutava dalla sua terrazza di Monte San
Quirico, non lontano dal nostro Ponte, pensando a Garibaldi e a Mazzini impegnati nella difesa
delle gloriosa Repubblica romana del 1849. Una donna coraggiosa e generosa che partecipò
personalmente alla II Guerra d’Indipendenza, ma che ben pochi insegnanti illustrano ai loro
studenti, rischiando di renderli “giovani vecchi” e ignoranti delle loro radici.
Il nome di questa donna è Cleobulina Cotenna (1810-1874; figlia dei patrioti Vincenzo e Gaetana
Del Rosso) alla quale, finalmente, nel 2011 fu dedicata una targa ricordo sul muro della sua
abitazione.





